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Intervista di Andrea Ceriani al prof. Derrick De Kerckhove - Centro Congressi Fiera di Milano, 10-11 Novembre 2004
da "Quaderni di management", n. 13 gen-feb 2005, pag. 96-104
L’idea del "funky"
CERIANI: Qual è la sua idea del "funky" e, prima ancora, può darci un ricordo di Marshal McLuhan, di colui che ha cambiato il modo di pensare alla comunicazione all’interno del nostro mondo moderno, il primo a parlare di villaggio globale? E ancora, nel ricordo di McLuhan, qual è il cambiamento dal villaggio globale al villaggio cognitivo, concetto chiave che lei propone?
DE KERCKHOVE: Comincio direttamente andando ad inquadrare un argomento importante quale quello della risposta dell’ambiente a un’attitudine cognitiva. Non è così semplice quello che abbiamo definito con il termine "villaggio". Abbiamo un modo di stare nell’ambiente generale delle cose cha avvengono là fuori e un modo di guardare all’attitudine cognitiva con un sentimento di distacco; non parlo di disinteresse, ma di distacco, di protezione, di appropriazione; con il terrore di assumere la prossima decisione o con il bisogno di "guardarsi le spalle". Con la conseguenza di restare paralizzati nell’indecisione. Un’attitudine cognitiva verso le cose è anche capire che le cose avvengono fuori di noi. Perché? perché siamo veramente nel corso di una transizione enorme che chiamo "la seconda fase dell’elettricità" (e quasto è anche la risposta del movimento teorico da McLuhan a oggi). La seconda fase dell’elettricità è digitale, è una fase cognitiva. La prima fase dell’elettricità è stata analogica, e cioè quella della luce, del calore, dell’energia trasportata con l’elettricità. Si trattava della fase muscolare. Come diceva McLuhan, se tutte le nostre tecnologie sono estensione del nostro corpo, l’elettricità è l’estensione del nostro sistema nervoso. Per esempio le tecnologie che impieghiamo sono - più o meno - ad imitazione di ciò che abbiamo dentro il corpo. L’estensione procurata dall’elettricità incomincia con la parte muscolare del sistema nervoso: la decisione investe il sistema muscolare che produce l’azione, il movimento, i gesti. La seconda fase, come ho detto, è cognitiva. E’ la fase che avviene sullo schermo, è la fase che comincia con l’informazione destinata a restare informazione e consumata come tale. Ma allora, che succede nell’attività di formazione? Cosa succede, ora che siamo entarti così dentro l’era cogitiva, digitale, dove tutte le cose vengono tradotte in numeri, fino al più piccolo denominatore comune che è il sistema binario dello 0-1? Cosa succede con la formazione e cosa succede con la professione del formatore? Essa passa da una modalità laterale (la formazine ufficiale incomincia in Europa con i gesuiti ed è empre stata al servizio della persona, am mai centrale per il mondo della produzione) ad una modalità più centrale (adesso la formazione diviene essa stessa produzione ed è cruciale nel sistema produttivo). La formazione è centrale perché è diventata cognitiva. La formazione è la nuova, o meglio, rinnovata strategia di knowledge transfert, di trasferimento di conoscenza, trasferimento di sapere.
Le psicotecnologie
CERIANI: Seguendo proprio questa riflessione, possiamo introdurre un tema caro a De Kerckhove, quello delle psicotecnologie. Egli parla di psicotecnologie quando si riferisce a questo nuovo e rinnovato rapporto tra la tecnologia e l’organizzazione mentale, cioè come si produce il pensiero. Se è vero, come abbiamo sostenuto prima, che siamo in un mondo cognitivo, in una sorta di grande "cognitività mondiale", che le psicotecnologie sono le tecnologie che estendono la mente, allora come si può produrre un aumento, un miglioramento della conoscenza attraverso l’uso delle moderne tecnologie della comunicazione?
DE KERCKHOVE: "Psicotecnologie" è una definizione che riguarda le tecnologie in rapporto al linguaggio: la parola orale è una psicotecnologia; la parola scritta e la parola elettonica ne sono altri esempi. Si tratta di importanti forme di sostegno del linguaggio che hanno sempre un impatto sul pensiero perché il linguaggio intrattiene una relazione intima con la coscienza, con il sapere, con la cognizione, tanto che le psicotecnologie sono in grado di creare diversi stadi di accelerazione o di decelerazione della cultura. Il primo passo violento di accelerazione è rappresentato dall’invenzione dell’alfabeto. Ancora più travolgente è stato quello prodotto dall’impiego della stampa, che ha creato duecento anni di lotte religiose per adattarsi a un nuovo modo di essere: l’appropriazione del linguaggio nel mondo personale, attraverso la lettura da cui scaturisce la cultura. Oggi possiamo osservare le condizioni della creatività, le condizioni della coscienza, le condizioni dell’essere consentite dall’elettricità che trasporta immediatamente il linguaggio e che cambia immediatamente anche le relazioni: dal linguaggio alla persona e alle altre persone. E’ in questo senso che parlo di intelligenza cognitiva o di sviluppo mentale. Oggi succede come durante i duecento anni di guerre di religione, durante la Riforma e con il Concilio di Trento. La forma moderna della guerra, che è il terrorismo, è la reazione alla condizione elettronica globale che viaggia alla velocità della luce, così come l’Inquisizione è stata la reazione allo sviluppo dell’alfabetizzazione. E’ fondamentale riconoscere che oggi ci troviamo in una situazione di disagio perché non abbiamo capito e imparato con sufficiente chiarezza come comportarci all’interno di questo mondo immediato e totalmente ampliato. Ci sono due possibili vie date da due ambienti software. Innanzitutto l’ambiente Linux, che è realmente uno stimolante spettacolare di creatività dentro la formazione del software della rete. La novità consiste nell’aver creato il concetto e la pratica di "created commun" e queso created commun è un CC, che va in opposizione, ma parallelo all’altro ambiente protetto che è il famoso copyright. Il copyright stabilisce di "non toccare" mentre il "created commun" stabilisce di "toccare" ma dentro le condizioni date. Esso consente cioè di avere rapidamente accesso a una cosa, ma seguendo le condizioni del buon uso digitale. Questo fa sì che chiunque possa, secondo i propri interessi professionali, prendere qualcosa impegnandosi a farne un utilizzo intelligente. In tal modo si moltiplicano tutte le forme di collaborazione che esistono oggi, così da arrivare ad un’accelerazione spettacolare anche delle possibilità creative. Adesso siamo ancora all’inizio, ma già con la tecnologia wireless non c’è più neanche l’obbligo di essere sul posto. Wireless significa poter essere in contatto con una memeoria e un’intelligenza globale sempre e ovunque. Questa è una condizione di creatività enorme, anche se ancora minacciata dall’incertezza interiore dell’individuo, almeno fino al momento in cui sapremo con sicurezza come utilizzare le potenzialità di questo tipo di creatività e della dimensione globale.
Spazio e tempo
CERIANI: Nella creazione di nuova conoscenza quale ruolo gioca Internet, non tanto nel modificare il concetto di spazio e di tempo quanto piuttosto nel modificare il tempo e lo spazio reali?
DE KERCKHOVE: Il tempo reale è la definizione tecnica dell’uso del tempo. Il tempo reale è la condizione naturale, la condizione umana, perché sempre si vive nel tempo reale; tuttavia il tempo reale del pensiero individuale diviene il tempo reale del pensiero condiviso. Immaginiamo, per esempio, di dover produrre una brochure in alcuni giorni secondo un planning. Dobbiamo considerare, dall’inizio alla fine il lavoro con il gruppo come un’estensione del tempo reale, una contemporaneità del lavoro di ciascuno con quello del gruppo sul medesimo progetto. Il tempo reale del pensiero è un tempo reale continuo ed è il tempo reale della collaborazione, il tempo reale dell insegnamento, della formazione. E’ questo tempo reale è ciò che interessa la tendenza tecnica e informatica nel suo futuro sviluppo. Abbiamo interfacce dirette dalla macchina al pensiero, che sono già in creazione, e abbiamo più che mai un’abbondanza di motori di ricerca. Con il real communication system, abbiamo la possibilità di fare riferimenti da tutti i blog. Oggi con il blog, la possibilità di contestualizzare la ricerca in modo molto preciso rende veramente possibile un sistema di pensiero che anticipa la risposta alla domanda, perché il blog dà lui stesso la parola chiave e il contesto, dà la scelta ottimale perché appaia questa parola chiave all’interno di un sistema di decisione.
Intelligenza connettiva
CERIANI: Questo concetto della estensione del tempo reale è un concetto assolutamente importante che ci riporta anche all’altro tema molto caro a Derrick, che è quello dell’intelligenza connettiva. Spesso l’intelligenza connettiva viene proprio vista come alternativa o superamento dell’intelligenza collettiva di cui Pierre Levy, altro autore molto conosciuto, ha parlato e discusso. Allora quali sono le differenze tra intelligenza connettiva e colletiva? Quali i vantaggi e gli svantaggi?
DE KERCKHOVE: Il blog è il terzo momento di maturazione del web, di Internet. Il primo momento è stato Mosaic, capace di attirare tanta gente, spingendola ad andare su Internet e ad usarlo per arrivare a un’accelerazione del suo utilizzo. Il secondo passo è stato Yahoo, il primo motore di ricerca: tutta la teoria dei motori di ricerca, che viene molto dopo, è la rielaborazione e combinazione di questo momento di maturazione. Dico che il blog è il terzo momento di maturazione perché è la prima immagine chiara di una forma connettiva di intelligenza. Tutte le persone che sono sul blog hanno un nome, hanno un’identità, hanno una dichiarazione, hanno una posizione nel mondo e anche nell’informazione. Non sono cioè anonimi. Sono, invece, anonime tutte le persone che fanno parte della collettività. Proseguendo, il blog rende possibile che l’istituzione abbia un identità collettiva, ma anch essa fondamentalmente di tipo connettivo. All’interno del mio team, quando faccio una pubblicazione nel mio diario personale, elenco le cose che mi interessano, ma anche il gruppo di persone che si interessano a tali cose; è per questo che pubblico tre miliardi di lettere connettive: per non perdere la viabilità e dimenticare delle persone che sono sulla rete. Si tratta di una forma psicologica assolutamente coerente con il tipo di tecnologia utilizzata. Diversi sono i risvolti dell’informazione del punto di vista commerciale. Spesso faccio questo esempio: quando Freud ha inventato l’inconscio privato, ha inventato un modo per far fare soldi a migliaia di psicoanalisti e, così, gli psicologi hanno fatto enormi affari; Jung, con l’inconscio collettivo, ha inventato qualcosa che eè impiegato solo nel caso di alcuni tipi di patologie. La diversità tra l’input e l’output dell’uno e dell’altro è dunque enorme. Io utilizzo questo esempio anche per la connettività. L’idea, il concetto della connettività è assolutamente chiaro e pertinente per voi formatori. Perché non iniziate? Oggi non s’insegna più l’indivdualismo, ma si insegna la collaborazione. Chi manda avanti l’impresa oggi? Noi abbiamo fatto, a Toronto, un’inchiesta per sapere quali sono le domande più importanti che un CEO o un direttore di Human Resources fa nella selezione di una persona, di un futuro collaboratore. Su 75 quesiti, la prima risposta è stata Teamwork, che è l’unica cosa che non si insegna mai all’università o nei seminari! Il lavoro di gruppo lo si insegna, nella maggior parte dei casi solo di rado, alle équipe mediche. Anche negli studi di ingegneria c è quasta carenza: mio figlio è ingegnere e so per certo che la maggior parte dei progetti di ingegneria sono fatti da singoli individui! Questa riflessione è fondamentale perché la comprensione delle possibilità che la connettività offre crea una nuova condizione pedagogica. E devo ammettere che anche per la formazione ho un’idea molto precisa!
Cooperative learning
CERIANI: In effetti quasta idea della connettività riporta molto a quello che nella formazione e in pedagogia chiamiamo "apprendimento collaborativo", cooperative learning. Questo accento sulla connettività ci riporta anche ad altri temi molto interessanti, quali quello dell’individualizzazione o della personalizzazione dell’apprendimento nei percorsi di sviluppo. Sempre rispetto al tema della connettività, mi viene inoltre in mente un altro riferimento, rifacendomi anche a un testo apparso di recente che ha avuto molto successo [J. Rifkin, L’era dell’accesso, Ed. Mondadori, Milano, 200] , per lo meno in Italia. Diciamo: siamo di fronte all’era della connessione che è da preferirsi all’era del semplice accesso? O forse Rifkin aveva qualche altro riferimento in testa?
DE KERCKHOVE: Io non sono sempre contrario a Rifkin come non sono sempre contro Naomi Klein, la mia connazionale di Toronto, entrambi geniali. Tuttavia reputo Rifkin come il confessionale delle cattive notizie, come dire, una sorta di "uccello del malaugurio". Credo che quando si vede una crescita culturale spettacolare con degli sviluppi dell’accesso che rendono reale il passaggio dalla linea fissa a quella wireless, con costi che da 3000 dollari per il telefonino si abbattono a 3 dollari per avere anche il servizio in aggiunta; quando si constata che il telefonino è il prodotto più venduto in commercio e che ci sono più telefonini che persone nel mondo, mi viene da domandarmi: "di cosa parla Rifkin?" Quando mai si è visto un movimento tanto grande e tanto diffuso? E come spiegare l’assenza nella teoria di Rifkin dell’esplosione del telefonino e delle possibilità che questo strumento offre adesso? Dunque, di che parla veramente Rifkin? Probabilmente parla anche di coloro che non hanno le capacità di usare realmente il telefonino. Tuttavia, ritengo che anche quasto sia mal pensato, perché oggi continuano ad esserci almeno un 30% di canadesi che non possono leggere funzionalmente, illetterati - anche in Italia ci sono ancora persone analfabete - e fino al secolo passato ce n’era più o meno il 60%, incapace di leggere funzionalmente. Si tratta sì di una catastrofe, ma nessuno può parlarne in termini di mancato accesso all’istruzione, bensì si parla solo di analfabetismo. Oggi siamo più "telefonizzati" che alfabetizzati!
Formazione per stimoli e non per spiegazioni
CERIANI: Quanto da lei appena affermato mi dà conferma dell’esattezza dell’ipotesi che avevo! Torniamo ad un aspetto funky e applichiamo qualche riflessione alla formazione e al training; se, come Derrick dice, "l’attuale sistema delle comunicazioni è paragonabile al sistema nervoso, che viaggia più per stimoli che non per insegnamento", allora, visto che siamo tutti uomini e donne di formazione, dico: proviamo a fare una trasposizione nel nostro contesto formativo. La domanda è: ci stiamo avvicinando a una formazione che ha più bisogno di stimoli, - o solo di stimoli - e non tanto di spiegazioni? E’ un nuovo modo, una nuova ipotesi di insegnamento o che altro?
DE KERCKHOVE: Durante il Rinascimento italiano il gran cambiamento nell’insegnamento è stato stimolato dalla discussione, o meglio opposizione, tra Montaigne e Rabelais. Rabelais era un uomo enciclopedico del pre-rinascimento e inizio del rinascimento, secondo il quale "Tutto si deve sapere" e il sapere non è assolutamente diffuso perché l’uomo lo contiene. Dopo la nascita della stampa cresce la diffusione del sapere, che si sposta "fuori dalla testa". Secondo l’ipotesi di Montaigne ciò che conta è avere una buona testa: non una testa piena, ma una testa ben fatta, intelligente. E oggi più che mai mettiamo fuori i contenuti, le categorie, la conoscenza. Io stesso constato come i miei studenti lavorino molto meglio oggi rispetto a dieci anni fa: essi non vanno più in biblioteca, ma su Google direttamente. Non cercano su Google qualcosa "in generale", ma cercano il tema pertinente e attuale e riescono a consegnarmi un lavoro ben fatto e che è quello che io voglio leggere. Come si occupa la formazione di questo argomento? Prima di tutto la formazione dovrebbe preoccuparsi molto di più della collaborazione online e offline. In secondo luogo, l’impiego esclusivo delle banche-dati o dei servizi interattivi, riducendo il processo formativo al rapporto tra una persona e un terminal, è una prospettiva sbagliata per la formazione. Non si può dipendere solo dalla telepresenza e neanche dall’interattività con un cd-rom online. Non sto assolutamente negandone il senso. Ha senso perché abbiamo predefinito i contenuti, tuttavia è carente sul piano propriamente pedagogico. Quando possibile, bisognarebbe sempre far lavorare insieme le persone. Moltiplicare la mente aggiungendo altre menti: è questo che occorre. La telepresenza è il secondo passo. La persona si confronta con il contenuto cercato con il cd-rom e successivamente incontra sulla rete il professore, arricchendo il processo di insegnamento. Ancora più funzionale è la videoconferenza, perché aggiunge l’immagine al suono, anche se la parola resta la componente fondamentale.
Contact house
Ma la cosa più importante di tutte nella formazione è l’incontro. Molti progetti si fanno senza contatti tra le persone se non una o due volte nell’intera durata. Sono certo che la dimensione del "contact house" sia determinante. Nel futuro sarà maggiore il numero degli studenti che i posti all’università, così come il lavoro del futuro tende più verso il part-time che verso il tempo completo. Nel futuro l’insegnamento si farà più in telepresenza che in presenza, però la presenza dovrebbe essere rispettata con i "contact house". E io penso che oggi sia necessario indagare, per ciascuno dei partecipanti e per ciascuno dei temi previsti durante un percorso formativo, quanti "contact house" sono necessari per ottenere buonni risultati. Quando facciamo teleformazione dobbiamo dare agli studenti una bibliografia, una webgrafia. Dobbiamo anche trovare un motore di ricerca, meglio se contestualizzato e un archivio facilmente accessibile agli studenti, user friendly.
Tecnoarte e formazione
CERIANI: Volevo sottolineare, adesso che ci stiamo quasi avvicinando alla conclusione dell’intervista, un aspetto che non so se è così noto di Derrick: il suo rapporto con l’arte. A Toronto, nel centro di ricerche che dirige, ospita ed ha ospitato e sostenuto diversi artisti, ovviamente nell’ambito della tecnoarte ed è anche spesso presente a diverse manifestazioni in giro per il mondo, come ad esempio Immaginaria. Derrick sostiene che l’arte, in questi tempi attuali, caratterizzati da grandi sconvolgimenti anche psicologici, non sia una via di fuga, ma piuttosto un modo di penetrare, uno spiraglio aperto nel magma della coscienza collettiva attraverso cui essere più presenti nelle cose che si fanno. Allora chiedo: Quale contributo può venire dall’arte per l’esplorazione di nuove vie formative?
DE KERCKHOVE: Victor Hugo diceva: "La gente non conoscerebbe qualche cosa sull’amore se non avesse letto qualche romanzo sull’amore". Il ruolo dell’arte, nella storia occidentale greco-romana, era sempre di far progredire la coscienza privata delle cose. Il ruolo dell’arte era quello di collocare la conoscenza all’interno di una cognizione specifica e renderla piacevole. Oggi abbiamo artisti che hanno preso come proprio dovere professionale quello di interpretare il mondo secondo il proprio punto di vista dapprima e del resto delle persone poi, di spiegare questo mondo cambiato, rovinato, rifatto dalla tecnologia. Mi capita spesso di parlare della teoria vulcanica dell’arte: l’arte sgorga dalla debolezza della cultura sociale minacciata dalla nuova tecnologia. Lo status quo è sempre minacciato dai grandi movimenti dal basso. Dapprima qualcuno fa orrore tra la popolazione, tuttavia a poco a poco il rifiuto si affievolisce e costui diventa l’accademico. E’ la storia dell’arte, poiché essa ha il dovere di insegnare, non in qualità di contenuto, ma di pratica; una pratica che porta la gente a capire un nuovo modo di essere, attraverso la metafora. Nel nostro caso una metafora dell’intento della tecnologia sull’uomo, del cambiamento dell’uomo che viene dalla tecnologia. Uso spesso una metafora vulcanica dell’arte per far capire come l’arte, prodotto dell’inconscio collettivo, rompe la crosta della coscienza quando la superficie della realtà è troppo debole per restare allo status quo. Perché fondamentalmente la realtà si forma a opera delle tecnologie che la pervadono e quindi cambia ogni volta che le tecnologie tornano ad assaltarla. Oggi con il virtuale, con l’interattività, con la terza dimensione, con la rete ambientale stiamo tornando a un nodo elettronico riconosciuto al secondo livello. Abbiamo una sensorialità secondaria con il mouse, e abbiamo una visione secondaria, quella della televisione, dello schermo.
E... nel futuro?
CERIANI: Ogni intervista si conclude con uno scoop: chiedo quindi a Derrick, visto che è impegnato su molte nuove frontiere della tecnologia e della rete, se c’è qualche anticipazione, qualche nuova prefigurazione di cui possa già cominciare a parlare. Magari qualcosa che ancora non c’è, che è ancora in fieri, ma che diventerà tra qualche tempo abituale.
DE KERCKHOVE: L’ultimo numero di Scientific America, quello di ottobre, contiene un articolo intitolato "Internet Zero," che reputo il più significativo che abbia mai letto sul tema Internet. Internet Zero è una risposta a "Internet 2". Immagino sappiate che Internet 2 è la super-rete a fibre ottiche che sostituirà l’attuale e un po’ obsoleto network digitale: un gruppo di lavoro in California sta lavorando alla sua realizzazione. Questo sistema ha tuttavia ancora bisogno di un super-calcolatore, un super-computer per funzionare. Internet Zero, invece, collega reti di computer in un’entità omogenea talmente semplice che permette di adottare il protocollo dati su cui è basata Internet rappresentando l’informazione in qualunque forma si presenti: impulsi elettrici, lampi luminosi, suoni, segnali elettromagnetici o caratteri stampati. Internet Zero permette di collegare gli oggetti di uso quotidiano. Esistono già i protocolli creati da un gruppo di lavoro che dipende dal laboratorio del MIT. Personalmente spero si realizzi, perché penso che Internet Zero sia veramente la condizione di questa cognizione di cui ho parlato con la seconda fase dell’elettricità. Abbiamo parlato di due fasi dell’elettricità, ma io ne ho prevista una terza: il livello del quantum computer. Il chip del quantum computer fa migliaia di operazioni contrarie alla logica lineare dello zero-uno. Evidenzia l’interazione di ciascuna condizione data finché emerge la soluzione che conviene a tutti. E’ una forma di sapienza. Una previsione abbastanza verosimile mi spinge ad affermare che venti anni siano un orizzonte temporale credibile affinché si arrivi al quantum computer. Esso rappresenta un reale e importante passo in avanti rispetto all’attuale computer.
CERIANI: I temi da affrontare, nel concreto realizzarsi della professione formatore, penso siano innumerevoli. Mi viene in mente, ad esempio, il tema dell’ etica sulla rete: un tema ampissimo e importante poiché riguarda non solo la coscienza individuale o i giuristi ma anche chi fa formazione. Senza divagare, ritengo che gli stimoli offerti durante quasto incontro siano stati notevoli e gli spunti su cui riflettere ci terranno impegnati a lungo. Ringrazio pertanto Derrick De Kerckhove: è davvero sempre un grande piacere poter parlare e dialogare con lui.

