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Introduzione di Andrea Ceriani al testo di Renata Borgato La prima mela. Giochi didattici per la comunicazione interpersonale, Franco Angeli, 2006, Milano
Ogni
professionista che fa della “relazione interpersonale” la sua cifra
distintiva, sa come è difficile riuscire ad essere degni
dell’appellativo “buon professionista” nei diversi e variegati momenti
nei quali si è chiamati ad esercitare il proprio ruolo professionale.
Prendiamo,
ad esempio, il formatore. Sappiamo benissimo come, nella professione,
si cresce e si apprende nell’azione, si cambia e si migliora nella
stessa pratica formativa, nell’hic et nunc e nella riflessione
che si compie su di esso: “l’agire diventa cardine di apprendimento, ma
non dobbiamo dimenticare le due caratteristiche fondamentali dell’agire
per l’esperto della formazione: la competenza e l’appartenenza.
Nella prima dimensione rientra la tendenza all’autonomia,
all’indipendenza e al controllo personale sugli eventi della propria
vita, la capacità di conoscersi. L’apprendimento legato a questa
componente umana include l’acquisizione di significati, strategie e di
competenze. Il senso dell’appartenenza si lega ad un apprendimento
inteso come scambio di valori, volto all’acquisizione di strategie e
competenze necessarie per l’agire interpersonale e cooperativo. Questo
tipo di apprendimento riduce nel soggetto la sensazione di isolamento e
procura senso di sicurezza, e se ben sfruttato, diviene momento di
ri–conoscenza intesa appunto come ritorno sulla conoscenza di sé. Il
comportamento adulto è caratterizzato tanto dall’indipendenza quanto
dall’interdipendenza”.
Volendo
dare dei riferimenti robusti a quanto asserito sopra potremmo ricordare
i percorsi intellettuali di Heidegger o di Gadamer intorno al concetto
di ermeneutica intesa come una modalità di procedere che comporta un
dialogo tra il soggetto autore e il suo interprete. Oppure potremmo
citare Aristotele e il suo denso concetto di phronesis, che si
distingue dall’attività puramente concettuale della mente “in quanto ha
a che fare non con qualcosa di universale ed eternamente identico, ma
con qualcosa di particolare e mutevole. Richiede esperienza così come
conoscenza”.
Proprio
questo argomentare consente di far compiere al formatore un notevole
salto qualitativo nella costruzione della propria identità
professionale rendendolo co-protagonista della propria conoscenza:
“ogni phronesis consegna a colui che ne fa esperienza, uomo
della strada o raffinato studioso, non soltanto dei dati – delle
conoscenze prima non possedute – ma delle interpretazioni nuove o delle
conferme. L’adulto, imparando dall’esperienza, costruisce i concetti o
li ritrova nella cultura o nell’educazione ricevuta”.
Ogni
rappresentazione che ci facciamo della realtà, quindi, attende
dall’esperienza ben più di una semplice conferma, anzi ci espone ad una
serie infinita di revisioni che richiedono al formatore capacità negativa da un lato e disponibilità allo stupore dall’altro affinché ci si apra all’esigenza di dirigere con saggezza le nostre scelte e il nostro “stare nel mondo” evitando al pensiero di essere prigioniero dell’immediato e del mero istintivo.
La meraviglia, lo stupore, l’inquietudine e la curiosità che proviamo di fronte a tutto ciò che ci circonda e con cui siamo in rapporto sono la molla della conoscenza, la condizione del pensiero, la porta della comprensione artistica, tecnica e scientifica della realtà. Tutta la scienza ha inizio con la meraviglia: la ricerca scientifica, infatti, prende avvio da problemi pratici e teorici, cioè da aspettazioni deluse, da scoppi di meraviglia.
Proprio i temi dello stupore e della meraviglia (theorein - thaumazein) sono stati i più comunemente messi in rilievo dai filosofi antichi parlando del sorgere della filosofia.
In
termini esperienziali, è un’emozione di fronte all’oggetto
interessante, fatta di impressione e di desiderio: l’impressione di non
comprendere e il desiderio di capire.
La difficoltà che i formatori, come altri professionisti o come molte altre persone, hanno nello stupirsi, oggigiorno, è dovuta al fatto che ci si ferma alla superficie delle cose. Si scambia la realtà con il deposito delle sensazioni, più o meno piacevoli, e con le risposte, più o meno valide, seguendo un “pensiero debole”, soggiogato a ciò che si vede e si sente momentaneamente.
Si prende il mondo delle proprie impressioni e delle proprie credenze per qualcosa di definitivo, di compatto e solido.
Mentre si dimentica, come diceva Saint-Exupery ne Il piccolo principe, che, spesso, l’essenziale è invisibile agli occhi.
Oppure, per ritornare agli autori citati in precedenza, passando dai
giochi linguistici di Wittgenstein per ritornare a Gadamer e terminare
con Deridda, si dimentica come la caratteristica di ogni gioco
rappresentazional-interpretativo è la sua infinitezza e la sua
continua apertura-riapertura all’esperienza che mai si completa. Non vi
sono mai dunque conclusioni – nel procedere della conoscenza – ma
soltanto approssimazioni.
Il
legame, quindi, che si ritrova tra i concetti espressi in precedenza e
il volume che andrete a leggere lo possiamo ritrovare in alcune parole
chiave: relazione, educazione/formazione, giochi.
Su tutte queste una in particolare: il concetto di teaching; nascosto, oscurato, messo in secondo piano dal potente e a volte prevaricatore concetto di learning.
Se è vero quel che sopra abbiamo detto, bisogna anche insistere su un
punto fondamentale: un buon formatore, per dirsi tale, deve essere
(ritornare ad essere?) un bravo professionista del teaching. Ed è quel che cercherò di dire ora.
Iniziamo con il rapporto tra relazione ed educazione. “La relazione non si confonde con l’educazione,
né solo la permette e giustifica. Essa sta sopra e contemporaneamente
in fondo al gesto educativo, a seconda del modo con cui la si vuol
analizzare. Ovvio intendere la relazione educativa quale caso
particolare di una relazione. Un evento che da un lato costituisce la
peculiarità, lo specialismo, l’attrezzistica del rapporto educativo,
dall’altro è descrivibile nella sua finalità metabletica (che cambia,
trasforma, modifica), nella sua intenzionalità e nella sua peculiare
strutturazione psicosociale (un rapporto complementare asimmetrico che
si evolve, si modula, sino a distruggersi)”.
Questa
citazione ci induce ad una riflessione: quante volte i nostri setting
formativi sono stati luoghi nei quali non era presente nessun
specialismo, nessuna attrezzistica del fare formazione, ma era presente
la sola convinzione che agendo sulla relazione si sarebbe comunque
prodotto apprendimento? Quante volte i luoghi formativi sono stati
privati delle capacità tecniche del formatore nella convinzione che il
solo “fare” sarebbe stato sufficiente a muovere i soggetti in
formazione verso imprevedibili mete di apprendimento? Quante volte i
luoghi formativi sono stati riempiti della convinzione che il solo
“fare esperienza” fosse più che sufficiente per apprendere senza
attivare nessuna azione successiva di aiuto all’interpretazione e alla
ristrutturazione dei significati? Quante volte, in sintesi, i formatori
si sono dimenticati di essere dei professionisti del teaching, crogiolandosi spesso in sterili esperienze di learning?
L’autrice
del volume recupera dunque una caratteristica importante del fare
formazione: la dimensione professionale della didattica formativa,
fatta di competenze strategiche (organizzazione, metodologia) da un
lato, ma anche di pratiche concrete e di supporti dall’altro.
Questo
recupero avviene attraverso la proposta, originale e didattica, di
esercitazioni e giochi per apprendere, dove l’accento è posto sulla
presentazione e la realizzazione del gioco, seguiti da una traccia per
completarne nel debriefing l’analisi.
Infatti
“il contributo più interessante alla riflessione sul gioco
nell’educazione degli adulti, lo si riscontra nell’importanza assegnata
a ciò che segue il gioco in senso stretto: il “dopo-gioco”, ciò che
solitamente gli anglosassoni chiamiamo “debriefing”... L’importanza
data a questa fase, sebbene sia a volte scarsa in termini di tempo,
rivela che, almeno nel contesto dell'educazione formale, il gioco non
può essere progettato per fornire direttamente l’apprendimento: è
necessario un momento di riflessione per rendere possibili il transfer
e l'apprendimento. Parafrasando il modello dell’apprendimento di Kolb,
possiamo ritrovare la presenza di tre fasi: esperienza; riflessione;
apprendimento. L’esperienza può essere di varia natura (simulazione,
giochi di ruolo, più orientata su tratti emozionali o cognitivi, ecc.).
La riflessione implicherebbe il passaggio alla generalizzazione,
all’analisi dell’azione, ad alternative, sentimenti, conoscenza
acquisita, ecc. In realtà, il vero punto critico lo troviamo nella
constatazione che è la riflessione a consentire il passaggio dal gioco
all’apprendimento. Da qui l'importanza del debriefing, che appare come
un contributo essenziale alla ricerca sul gioco dell'educazione.
Il
gioco così studiato è visto come la costruzione di una specifica
esperienza, in quanto realizzato attraverso la finzione che lo
distingue dall’esperienza reale e che rende la riflessione la chiave
per l’apprendimento. La dimensione immaginaria consente l’arricchimento
dell’esperienza con possibili risultati, prove ed errori, e la distanza
dall’obbligo di risultati che può essere resa impossibile dal confronto
con la realtà… Ciò che caratterizza il giocare nell’educazione degli
adulti è la sua inclusione in un processo formale e intenzionale di
formazione, in cui il gioco, sebbene si tratti di una fase meno
formale, è comunque parte di un progetto educativo intenzionale e
consapevole”.
L’agire formativo consapevole prevede quindi che il soggetto in formazione sia attivo sia nella fase operativa (nel farsi dell’esperienza),
sia nella fase riflessiva nella quale possano svilupparsi tre elementi
centrali per la formazione adulta: libertà di espressione;
autoeducazione reciproca; armonia tra teoria/pratica, tra
interno/esterno a sé, tra le varie “sensibilità” coinvolte”.
Siamo quindi di fronte ad un rinnovato interesse per la centralità del teaching
che, se guidato dall’intenzionalità, offre nuovi spazi di riflessione
proprio sul tema dal quale siamo partiti: il rapporto tra percezione e
rappresentazione, alla loro proporzione e, soprattutto, alla loro
determinazione. “la determinazione si dà comunque e necessariamente
nella condizione dello spazio e del tempo…Per dirla con Hegel, ogni
“qui” ha un senso solo in relazione con ad un “là” ed ogni “ora” ha
senso solo in relazione con un “prima” e a un “dopo”. Un rinvio, che
come ha fatto P. Ricoeur, possiamo riproporre anche sul piano dell’esperienza personale: soi-même comme un autre…, dire soi n’est pas dire moi…
dobbiamo così riconoscere che il determinato si dà come tale sempre
sullo sfondo della sua indeterminazione: in se stesso manifesta dunque
un rinvio all’altro o comunque all’orizzonte rispetto a cui si definisce…ogni
determinazione si costituisce solo in funzione del suo altro: senza di
questo non sarebbe infatti qui e ora, nel modo in cui qui e ora si
manifesta. E dunque l’altro, mentre resta nella differenza, nella sua
alterità, lo costituisce e gli è anche in qualche modo intimo”.
L’essere dei bravi “didatti”, dei formatori attenti ed esperti delle varie pratiche del teaching, capaci di far arrivare al learning
attraverso percorsi intenzionali diventa la riscoperta di una
dimensione professionale essenziale: “il formatore deve capire quello
che l’aula pretende da lui, non tanto in ambito
nozionistico-contenutistico, ma soprattutto in ambito
relazionale-sistemico. Ecco dunque che, all’interno della pretesa
d’aula si inserisce a giusta ragione anche la dimensione di riflesso e
di riconoscenza; il formatore impara a guardare se stesso con
gli occhi dei suoi utenti, con tanti occhi diversi che si aggiungono ai
suoi, rendendolo parte del sistema d’aula e del grande sistema
professionale a cui ha deciso di appartenere”.
