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di Patrizia Giaveri e Andrea Ceriani
da DIRIGENTI SCUOLA Bimestrale per i dirigenti scolastici
La maggior parte delle organizzazioni scolastiche, per implementare
un Sistema di Gestione per la Qualità al fine di ottenere la
Certificazione ISO 9001:2000, si rivolge a un consulente o a una
società di counseling. Perché questa scelta da parte delle
organizzazioni? Le risposte a questa domanda sono numerose e
differenti. Eccone solo alcuni esempi: - con l’aiuto di un consulente
posso arrivare prima al traguardo che mi sono prefissato – posso fare
prima; - il consulente mi potrà fornire del materiale utile per
costruire il mio sistema – posso fare meno fatica; - il consulente mi
darà tutto il materiale necessario e poi mi spiegherà come utilizzarlo
– non perdo tempo e posso continuare a fare quello che faccio
abitualmente; - grazie al consulente non sbaglierò nella costruzione
del sistema e arriverò preparato alla certificazione – posso stare
tranquillo che raggiungerò il risultato; - il consulente mi dirà tutto
ciò che non va nella mia organizzazione e grazie a lui sistemeremo
tutto – posso risolvere con l’occasione tutti i problemi che abbiamo
all’interno dell’organizzazione; - il consulente mi aiuterà a
convincere tutto il personale che il sistema qualità è utile – posso
raggiungere l’obiettivo senza rischiare di avere problemi con il
personale. Tutti questi perché, che spesso rappresentano esplicitamente
o implicitamente le motivazioni della richiesta di un consulente da
parte della direzione di un’organizzazione scolastica (e non),
presuppongono un modello di consulenza basato sull’acquisizione di
informazioni o expertise, cioè un modello del tipo “vendere e dire”,
oppure un modello del tipo “medico-paziente”. Nel modello "vendere e
dire" il consulente propone al cliente – l’organizzazione scolastica
che richiede la consulenza - una soluzione pre-confezionata, mentre nel
modello “medico-paziente” il consulente fa una “diagnosi” e propone una
“cura” al cliente. Molti sono i consulenti che, per diversi motivi –
accontentare il cliente nel più breve tempo possibile, utilizzare
materiali confezionati diffusi sul mercato, sfoggiare le proprie
competenze… -, si approcciano al cliente con una di queste modalità. In
realtà questi due modelli di consulenza, se in alcuni ambiti possono
risultare ancora efficaci, sicuramente non rappresentano la modalità di
approccio più appropriata per aiutare un’organizzazione a costruire il
proprio Sistema di Gestione per la Qualità. L’adozione di un Sistema di
Gestione della Qualità è infatti una decisione strategica
dell’organizzazione scolastica: dunque l’obiettivo della consulenza
richiesta, che in questa situazione è particolarmente conosciuto al
cliente – cioè il raggiungimento della certificazione di qualità - è un
qualcosa che appartiene solo ed esclusivamente al cliente. A un certo
momento del suo ciclo vitale, l’organizzazione scolastica si rende
conto che, per vari motivi, è necessario dotarsi di un Sistema di
Gestione per la Qualità: per garantire migliori servizi ai fruitori,
per poter accedere all’accreditamento regionale, per essere
concorrenziali nei confronti di strutture che erogano servizi analoghi
sul territorio (istituti con offerta formativa analoga o superiore,
istituti privati, istituti che offrono servizi di supporto
particolarmente interessanti per la famiglie…). E per raggiungere
questo importante obiettivo si affida a un consulente. Il problema è
che spesso c’è consapevolezza del “cosa” si vuole raggiungere, ma non
altrettanto del “come”, cioè non c’è consapevolezza del processo che si
sta decidendo di attivare. Questa è la sensazione che il consulente
avverte durante il primo incontro con il gruppo di lavoro costituito ad
hoc per sviluppare il Sistema di Gestione per la Qualità. Solitamente
il gruppo è adeguatamente rappresentativo: il Dirigente Scolastico, il
collaboratore vicario, alcune funzioni strumentali e/o referenti di
progetti speciali, il Direttore dei Servizi Generali e Amministrativi e
talvolta anche alcuni rappresentanti del personale ATA. Il gruppo è –
soprattutto negli ultimi tempi – consapevole che per richiedere la
certificazione di qualità a un ente di terza parte – che non è il
consulente o la società per cui lavora, ma un organismo opportunamente
accreditato - è necessario dotarsi di un Manuale Qualità e di alcune
procedure, nonché della modulistica correlata. Talvolta qualche membro
del gruppo si è anche già procurato un manuale attraverso un
collega-amico di altre scuole, oppure navigando in internet: a volte lo
sfoggia sul tavolo di lavoro – come a dire al consulente che dopotutto
lui è già esperto ed ha anche già in mano tutti gli strumenti – a volte
lo tiene nascosto – con l’intenzione di utilizzarlo tacitamente quando
necessario - ma da qualche suo intervento nel dialogo conoscitivo
implicitamente denuncia questo suo “prezioso” possesso. Dai primi
contatti appare subito evidente che ciò che il gruppo si aspetta è che
il consulente sfoderi al più presto uno dei suoi manuali prèt-à-porter,
sicuramente già rispondenti a tutti i requisiti della norma ISO, e lo
adatti alla realtà scolastica in questione. E come dei perfetti
allievi, i membri del gruppo sono disposti a seguire tutte le
indicazioni che il consulente vorrà dar loro, per arrivare preparati
alla visita di certificazione e fare “bella figura”. Il primo passo che
il consulente individuato deve compiere è proprio spostare l’attenzione
sul processo che l’organizzazione ha deciso di implementare. Il gruppo
di lavoro deve al più presto rendersi conto che la realtà scolastica
che rappresenta – seppur caratterizzata dagli stessi riferimenti
normativi cogenti – è diversa da tutte le altre: da tutte le altre
della zona e da tutte quelle che il consulente ha già visitato durante
la sua attività. Ed è proprio sulle diversità che bisogna puntare per
costruire importanti anelli nella catena del valore
dell’organizzazione, cioè quella serie di cose che una scuola fa per
rendere competitivo il servizio formativo che offre, l’insieme delle
attività di supporto che aggiungono valore all’attività primaria. Ciò
che il consulente deve fare dunque, come primo atto della sua relazione
d’aiuto, è proprio quello di far capire che il personale
dell’organizzazione è l’unico soggetto in grado di costruire il proprio
Sistema di Gestione per la Qualità: l’unico che conosce veramente ciò
che l’organizzazione mette in atto, ciò di cui ha bisogno, ciò che di
meglio è in grado di fare e ciò che invece potrebbe migliorare. Il
consulente deve quindi seguire il modello della “consulenza di
processo”: «è meglio – sottolinea Schein - non imporre le nostre
soluzioni agli altri, ma aiutarli a scoprire di che cosa abbiano
bisogno, e in seguito guidarli nella giusta direzione». Certo questo
modo di procedere è inizialmente più difficile di quelli di cui abbiamo
parlato all’inizio perché può deludere le aspettative dei membri del
gruppo di lavoro e spaventarli per l’impegno, che verrà loro richiesto,
sotteso al processo di cui prenderanno parte. E d’altronde questo modo
di procedere è più difficile da sostenere visto che purtroppo molti
consulenti, come abbiamo già detto, preferiscono imporre soluzioni
pre-confezionate. Il risultato della consulenza di processo nell’ambito
dell’implementazione del Sistema Gestione per la Qualità è però
completamente differente da quello che si ottiene con altre modalità di
lavoro: solo in questo modo l’organizzazione scolastica avrà la
“ownership” del suo sistema, si doterà di strumenti che non siano di
ostacolo ma di supporto efficace al suo funzionamento, descriverà la
propria struttura in modo personalizzato e realistico in modo tale che
ciascun operatore si troverà specchiato nelle attività documentate nel
Manuale Qualità o nelle Procedure. Chiarito che, secondo il nostro
modello, il consulente non fornisce il Manuale Qualità
pre-confezionato, sorge spontaneo allora chiedersi cosa realmente
faccia il consulente durante la sua attività all’interno
dell’organizzazione scolastica. Compiuto il primo passo che abbiamo
descritto – per il quale generalmente è sufficiente un primo incontro
conoscitivo-esplorativo con il gruppo di lavoro – il consulente inizia
a guidare per mano l’organizzazione verso l’obiettivo da raggiungere.
Il consulente deve sapere come è organizzato a livello funzionale e
relazionale quello specifico istituto scolastico: cosa si fa a livello
operativo, chi lo fa, quali sono le relazioni gerarchico-funzionali tra
le diverse unità organizzative. Costruisce con il gruppo l’organigramma
d’istituto – spesso ne esiste già uno, ma il più delle volte è
necessario ridefinire alcuni legami – e illustra alcune modalità
descrittive delle unità organizzative. Quindi ciascuno dei membri del
gruppo descrive i propri ruoli e i propri compiti, nonché quelli di
colleghi che ben conosce, eventualmente ricorrendo all’aiuto dei
diretti interessati: gli stessi membri del gruppo si rendono subito
conto che, per quanto siano stati selezionati e scelti ad hoc, essi
stessi non bastano per descrivere il sistema. La qualità è di tutti,
non solo di un gruppo ristretto, e quante più persone si riescono a
coinvolgere nella costruzione del sistema, tanto più il sistema stesso
avrà successo. E siamo solo all’inizio! Ma questo modo di procedere da
parte del consulente non può che favorire l’approccio sistemico di
gestione, uno dei principi chiave della norma ISO: ciascun membro
dell’organizzazione è un tassello di un unico puzzle, la cui visione
d’insieme è possibile solo se completo di tutte le sue parti
perfettamente incastrate tra di loro. Potrebbe forse funzionare nello
stesso modo un consulente che sforna, al primo o al secondo incontro,
un Sistema già pronto cui adeguarsi? Oppure uno che consegna alla
scuola un manuale che la scuola stessa non hai mai visto e in cui si
riconosce solo per il logo stampato su tutte le pagine? Inutile
sottolineare che la risposta a queste domande è ovviamente negativa.
Nell’accompagnare l’organizzazione il consulente lavora dunque su più
fronti: guida la costruzione operativa del sistema e nel frattempo
favorisce e stimola atteggiamenti positivi rispondenti ai requisiti
della ISO 9001:2000. E il più delle volte - soprattutto nei casi in cui
il gruppo di lavoro è molto motivato e ben disposto a collaborare -
senza neanche nominare o invocare i paragrafi della norma. Non perché
il consulente non li conosca, ma in realtà perché li conosce talmente
bene da poter condurre l’organizzazione nella giusta direzione senza
doversi appellare ogni volta a “false” coercizioni o “rigidi”
impedimenti dettati dalla norma. Il consulente, “ascoltando” –
realmente e/o metaforicamente – l’organizzazione si rende
immediatamente conto se il sistema risponde oppure no ai requisiti
della ISO. Se intravede qualche criticità, non deve fornire la
soluzione immediata, ma stimolare possibili soluzioni provenienti
dall’interno della struttura, da un lato conformi ai requisiti della
norma ISO, dall’altro rispondenti alle reali esigenze della scuola.
Facciamo un esempio: nella maggior parte delle scuole la registrazione
dei reclami dei clienti – studenti, famiglie, personale, stakeholder -
non è abitudine consolidata e sistematica. Imporre questa prassi, che
la norma ISO caldeggia, potrebbe scaturire reazioni negative: spesso la
scuola si limita a recepire, in forma orale, i reclami e le
insoddisfazioni attraverso il Dirigente Scolastico, che pur prendendosi
carico delle problematiche segnalate non ne dà quasi mai evidenza
scritta. La necessità di una registrazione sistematica può essere
stimolata dal consulente chiedendo semplicemente quanti reclami la
scuola riceve in un anno, a quanti si riesce a dare risposta concreta,
quali settori riguardano le insoddisfazioni, quali azioni correttive
sono state intraprese a riguardo. L’effetto, non sapendo rispondere in
modo puntuale a quasi nessuna di queste domande, è solitamente quello
di generare il desiderio di avere strumenti che possano tenere memoria
di attività magari già attuate ma in modo estemporaneo e non
sistematico. A breve si predisporrà un modulo per inoltrare i reclami e
i suggerimenti, con la richiesta delle generalità del proponente
affinché lo si possa contattare per fornirgli una risposta, un punto di
raccolta per consentire a ciascuno di inoltrare le proprie
insoddisfazioni, un registro cronologico che permetta di stabilire
priorità di intervento, in una sola parola una vera e propria
“procedura” di gestione dei reclami, non imposta, ma scaturita da
esigenze interne. Ed è così che il consulente aiuta il gruppo di lavoro
a descrivere i propri processi e le proprie procedure: non dicendo cosa
l’organizzazione deve mettere in atto – anche perché, per quanto
esperto, non lo può sapere se non gli viene trasmesso dal cliente,
unico vero conoscitore delle sue strategie operative – ma cercando di
spostare l’attenzione dal cosa si fa a come lo si fa, di far
esplicitare e valorizzare per ogni fase operativa le responsabilità
degli attori del sistema nonché le loro interrelazioni, di stimolare la
registrazione dei momenti cruciali delle attività, non per aggiungere
carta alla già ben nota burocrazia scolastica, bensì per poter
ricordare, potenziare e ottimizzare ciò che realmente e con tanta
fatica viene messo in atto. In altre parole il consulente guida
l’organizzazione verso un approccio per processi, favorendo, attraverso
la presentazione di esempi – che meglio funzionano tanto più si
discostano dalla realtà specifica, perché devono fornire modelli di cui
far proprio il metodo, non prassi operative da imitare o condividere
necessariamente – la descrizione della rete di processi. Il gruppo di
lavoro struttura dunque spontaneamente, se opportunamente guidato, il
proprio Sistema di Gestione per la Qualità: descrive i processi di
direzione, di realizzazione dell’attività didattica, di supporto e di
innalzamento dell’offerta formativa, di gestione delle risorse umane e
materiali, di miglioramento continuo. Se necessario, esplicita con
maggiori dettagli alcuni processi in procedure. Certamente il
consulente dovrà favorire l’integrazione dei processi di miglioramento
continuo con quelli abituali operativi e di gestione, cercando di non
sovrapporceli come una infrastruttura poco armonica rispetto al resto
dell’”edificio”, soltanto perché la norma li richiede, ma cercando di
farli nascere all’interno dell’organizzazione
come un’esigenza
imprescindibile per migliorare il proprio sistema, in un’ottica di
pianificazione-attuazione-monitoraggio-miglioramento. Alla fine del
lavoro con il consulente l’organizzazione scolastica si troverà pronta
la documentazione di un Sistema che gli appartiene - in cui anche chi
non ha partecipato direttamente alla costruzione sarà in grado di
riconoscersi - e avrà familiarizzato con i processi chiave del
miglioramento continuo nati come una esigenza interna: in altre parole
avrà pronto il proprio Sistema di Gestione per la Qualità che diventerà
sempre più intensamente nel tempo, non solo lo strumento per ottenere
la certificazione, ma anche il giusto modo per gestire la struttura
organizzativa e la sua rete di processi. Ricordiamo che l’obiettivo che
ci eravamo posti era ottenere la certificazione di qualità: certo,
l’abbiamo ottenuta, ma, attraverso il supporto di una valida consulenza
di processo, ciò che ci resta è soprattutto la costruzione di un
Sistema funzionale ed efficace per l’organizzazione scolastica. Come
dire che «dall’orientamento ai risultati, siamo passati
all’orientamento al processo».